L’Osservatorio Welfare 2026 di DoubleYou – Gruppo Zucchetti fotografa un sistema ormai maturo: il credito welfare viene utilizzato in modo significativo, ma la vera sfida per le aziende è trasformare i benefit in una leva più ampia di benessere, engagement e fiducia organizzativa.
Una nuova fase del welfare aziendale italiano
Dopo anni di crescita e diffusione nelle politiche HR, Il welfare aziendale italiano è entrato in una nuova fase, evolvendo rispetto ai trend già emersi nel 2025. Il tema, infatti, non può più essere letto soltanto attraverso la quantità di benefit messi a disposizione e la domanda centrale oggi è diventata un’altra: quanto il welfare riesce davvero a generare valore per le persone e per le organizzazioni?
È questa una delle principali chiavi di lettura dell’Osservatorio Welfare 2026, che analizza i piani gestiti tramite la piattaforma ZWelfare su oltre 3.000 aziende e più di 500.000 lavoratori. A questa base quantitativa si affianca un’indagine qualitativa su oltre 2.000 dipendenti e circa 250 referenti HR, focalizzata su wellbeing, engagement e trasparenza salariale.
Un primo dato: la stabilizzazione del mercato
Nel 2025 il benefit medio pro capite si attesta a 1.040 euro, sostanzialmente in linea con i 1.030 euro del 2024. Il dato segnala continuità negli investimenti aziendali, ma anche il passaggio da una fase di espansione a una più matura, in cui diventa decisivo interrogarsi non solo sulle risorse stanziate, ma sulla loro reale efficacia. A questo proposito, sul piano dell’utilizzo il welfare si conferma efficace: l’87% del credito disponibile viene effettivamente speso. Un dato rilevante, perché dimostra che il welfare non resta teorico, ma si traduce in scelte quotidiane e in un reale supporto economico. Per le imprese significa anche maggiore ritorno sull’investimento: un piano utilizzato è un piano percepito come utile.
Differenze significative
Le piccole imprese erogano in media un credito più alto (1.388 euro) rispetto alle grandi (1.031 euro) e alle medie (984 euro). Persistono anche differenze di genere: le donne ricevono in media l’8% in meno rispetto agli uomini, sebbene il divario si stia riducendo. Anche la geografia pesa: tra il Centro Italia, dove il benefit medio raggiunge 1.209 euro, e le Isole, dove scende a 554 euro, il divario supera i 650 euro.
Il welfare aziendale continua quindi a riflettere le differenze tra territori, dimensioni aziendali e modelli organizzativi.
Il dominio dei buoni acquisto
Sul fronte dei consumi, i buoni acquisto restano la categoria dominante e rappresentano il 58% della spesa complessiva. Considerando anche i rimborsi per le spese della casa, i fringe benefit superano il 60%. Dopo la forte crescita degli anni precedenti, però, il loro peso sembra essersi stabilizzato.
Il dato va letto con attenzione: i fringe benefit restano centrali, soprattutto in una fase in cui il sostegno al potere d’acquisto è prioritario, ma non esauriscono la domanda di welfare. Quando il credito disponibile aumenta, infatti, il paniere si amplia: sotto i 1.000 euro, l’81% viene destinato ai buoni acquisto; oltre i 3.000 euro, questa quota scende al 18%, mentre crescono spese per istruzione, viaggi, tempo libero e previdenza complementare. È qui che emerge la doppia natura del welfare: da un lato sostegno immediato alla capacità di spesa, dall’altro leva di benessere più strutturale, legata alla formazione, alla cura e alla pianificazione del futuro.
Le differenze generazionali
La Gen Z concentra il 77% del budget sui fringe benefit; i Millennial mostrano un profilo più equilibrato, con maggiore attenzione a viaggi, tempo libero e conciliazione vita-lavoro. La Generazione X investe di più nell’istruzione, mentre i Baby Boomer guardano soprattutto alla previdenza complementare. Il welfare cambia quindi significato lungo il ciclo di vita. Per le aziende questo implica un cambio di metodo: non basta ampliare il catalogo dei servizi, serve progettare piani capaci di rispondere a popolazioni aziendali sempre più eterogenee.
Il wellbeing
I dipendenti associano il benessere soprattutto a dimensioni concrete e percepibili: il 56% indica come priorità incentivi e benefit non monetari, il 43% il benessere fisico. Gli HR, invece, attribuiscono maggiore importanza al benessere psicologico (82%), oltre che a quello finanziario e alla formazione. Non si tratta di una contrapposizione, ma di due prospettive complementari: quella organizzativa, orientata al medio-lungo periodo e alla retention, e quella dei lavoratori, più legata ai bisogni quotidiani. La sfida sarà tenere insieme entrambe, evitando sia un approccio emergenziale sia soluzioni troppo lontane dalle priorità reali delle persone.
La comunicazione diventa decisiva
Le aziende utilizzano già molti strumenti di engagement – premi, formazione, newsletter, eventi, survey – ma il rischio è la frammentazione. Troppi canali non coordinati possono ridurre l’efficacia complessiva. È significativo che il 65% dei lavoratori consideri molto utile uno strumento integrato con il portale welfare per ricevere comunicazioni personalizzate e partecipare a survey HR, contro il 39% degli HR. Le persone chiedono maggiore semplicità, accesso diretto e personalizzazione.
La trasparenza salariale
Il tema, destinato a crescere con il recepimento della Direttiva UE 2023/970, mostra un sistema ancora in transizione: il 48% delle aziende si considera maturo sul tema, mentre il 46% non si sente ancora pronto. Il nodo più critico riguarda la comunicazione del total reward: il 59% degli HR dichiara che la propria azienda non comunica periodicamente ai dipendenti la composizione del pacchetto retributivo in modo strutturato.
È un passaggio cruciale. Welfare, wellbeing e total reward non possono più essere considerati separatamente. In un mercato del lavoro in cui le persone chiedono più chiarezza, equità e riconoscimento, il valore dei benefit dipende anche dalla capacità delle aziende di renderli comprensibili e inserirli in una proposta coerente.
L’Osservatorio Welfare 2026 racconta quindi un sistema solido e stabile, ma proprio questa maturità apre una fase più esigente. Il futuro del welfare aziendale non si giocherà solo sull’aumento delle risorse, ma sulla capacità di costruire piani più mirati, accessibili e vicini alla vita reale delle persone.
La direzione è chiara: meno welfare come semplice somma di benefit, più welfare come infrastruttura di benessere, comunicazione e fiducia. Una leva capace non solo di sostenere il potere d’acquisto, ma anche di rafforzare il rapporto tra lavoratori e organizzazioni.





