C’è un modo per capire dove sta andando il welfare aziendale in Italia: guardare da dove è venuto. Venticinque anni di storia, tre trasformazioni profonde, nove rapporti di ricerca. E un filo che non si è mai spezzato.
Elisa Terraneo, Head of Marketing di Epassi Italia, ha raccontato questa storia all’HRC Meeting di giugno 2026 a Villasimius, davanti alla più grande Community HR d’Italia. Lo ha fatto con una domanda che non lasciava scampo: il welfare aziendale oggi c’è. Ma funziona?
Per capirlo, riavvolgiamo il nastro.

2002: stare in un mercato che non esiste ancora
Era il 2002. In Italia nasceva Eudaimon — oggi Epassi Italia — primo player a portare l’idea del welfare aziendale e partner delle aziende nella costruzione di un reale supporto alle persone (quindi alle organizzazioni, quindi alla società tutta). Con questa visione si avvia un mercato, ancora tutto da costruire e che il sistema normativo non riconosceva pienamente.
“Quello era il primo coraggio: stare in un mercato che non c’era ancora, parlando di concetti poco noti e non strutturati nelle aziende.”
— Elisa Terraneo, HRC Meeting 2026
2016–2018: il welfare diventa norma, poi ricerca
Il 2016 è l’anno della svolta normativa. La Legge di Stabilità riconosce il valore sociale del welfare aziendale, aprendo ufficialmente un nuovo settore. Ciò che era stato intuizione diventa quadro legale, e con esso si struttura l’interesse da parte di aziende e fornitori di servizi.
Un settore in evoluzione richiede uno sguardo attento e un’analisi approfondita per essere guidato, a beneficio di tutti. Nel 2017 (successivamente alla “rivoluzione” dell’anno precedente) il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) sceglie Eudaimon (Epassi Italia) come partner tecnico per studiare il fenomeno in profondità.
Nel 2018 viene così pubblicato il primo Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale: la prima fotografia sistematica e scientifica di come italiane e italiani si rapportano al welfare in azienda.
Quel primo rapporto fotografa un paese ancora all’inizio del percorso: solo il 59,1% dei lavoratori conosce il welfare aziendale. Ma l’evoluzione non si lascia attendere.
2018–2026: nove anni di dati, una trasformazione strutturale
Da quel primo rapporto ad oggi, ogni anno il Censis torna a misurare il polso del welfare aziendale in Italia a quattro mani con Epassi Italia (già Eudaimon). I numeri del IX Rapporto (2026) raccontano una trasformazione profonda.
La consapevolezza è cresciuta: l’81,9% dei lavoratori conosce oggi il welfare aziendale (contro il 59,1% del 2018). Ma la vera rivoluzione è nei comportamenti: il 71,6% dei lavoratori sceglierebbe oggi un nuovo datore di lavoro anche in base al sistema di welfare offerto. Il welfare è entrato nei colloqui di selezione, nell’onboarding, nella narrazione dell’employer brand. Insomma, è strutturale, anche per chi lavora. Infatti, l’83,6% dei lavoratori si aspetta che l’azienda si impegni concretamente per il loro benessere. Non è una richiesta marginale, ma un criterio di valutazione.
Le aziende stanno rispondendo: il 92% di quelle medio-grandi ha attivato forme di welfare aziendale, e l’87% dichiara di conoscere il tema. Il welfare è diventato prassi diffusa, non più eccezione.
Passi concreti per il benessere di chi lavora, su una strada ancora lunga.
Il nodo irrisolto di oggi: erogare non basta
Qui arriva la domanda scomoda — quella che Elisa Terraneo ha portato in sala a Villasimius: chi lavora ha le idee chiare sul ruolo dell’azienda. Le organizzazioni sono allineate?
“Il 92% delle aziende ha attivato iniziative welfare. Ma solo il 47% verifica se quello che offre è allineato con quello che le persone si aspettano. Eroga tanto, ascolta meno.”
— Elisa Terraneo, HRC Meeting 2026
I dati confermano il gap. Il 95% dei lavoratori chiede un welfare più semplice: meno catalogo, più guida. Solo il 43% delle imprese offre piani di welfare personalizzati. Siamo di fronte a un mercato maturo sul piano della diffusione, ma ancora in ritardo sul piano della qualità dell’esperienza.
Come colmare il gap? Con un nuovo coraggio
Innanzitutto, osservando il coraggio di chi vive il mondo del lavoro. Un coraggio che ha molte declinazioni concrete, come evidenziato da alcuni dati del IX Rapporto Censis-Eudaimon (Epassi).
- Dire no. In particolare al lavoro come centro di vita. Un dato lo testimonia: 57,7% degli under 35 rivendica il diritto alla disconnessione, senza portare il lavoro fuori dall’orario stabilito.
- Rallentare. Il 55,1% di chi lavora non considera la carriera una priorità. C’è molto altro, e capire quali opzioni contano davvero per ogni persona fa la differenza. Così, la personalizzazione non è un lusso, bensì la risposta alla soggettività crescente dei lavoratori, che sempre meno si riconoscono in modelli standardizzati.
- Investire. Anche le piccole e medie imprese vogliono portare elementi di benessere per le proprie persone, indicando piani concreti di adozione welfare. Ad esempio, l’80,7% delle piccole e medie imprese vorrebbe attivare l’asilo nido aziendale.
Insomma, è sempre più chiaro che investire nel benessere non è un costo: è la risposta più strategica che un’azienda possa dare in un mercato del lavoro in cui attrarre e fidelizzare talenti è diventata la sfida principale.
“Le persone che lavorano hanno già scelto la direzione. Chi ha il coraggio di seguirle e partire da loro, avrà una marcia in più per ridisegnare le regole e creare un nuovo scenario, sempre più efficace per il benessere comune.”
— Elisa Terraneo, HRC Meeting 2026
Il coraggio, in fondo, è questo: non aspettare che il cambiamento si consolidi per adeguarsi, ma anticiparlo rimettendo le persone al centro di ogni scelta. Le organizzazioni che sapranno farlo — cambiando punto di vista, ascoltando prima di erogare, misurando l’impatto reale sul benessere e non solo i budget spesi — sono quelle che costruiranno ambienti di lavoro in cui le persone scelgono di stare.





